sabato 27 novembre 2010

FILM DA VEDERE: PRECIOUS

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Precious

  • un film di Lee Daniels
  • con Mo'Nique, Paula Patton, Mariah Carey, Sherri Shepherd, Lenny Kravitz.
  • Genere: Drammatico
  • Paese: USA 2009

Precious Jones ha diciassette anni, un corpo obeso e un figlio nel ventre (il secondo ed entrambi sono frutto di incesto). A scuola viene derisa dai compagni anche perchè non ha ancora imparato a leggere e scrivere. A casa la madre non solo non la difende dalle violenze paterne ma la accusa di averglielo rubato oltre a cercare di ostacolare in ogni modo i suoi tentativi di riscatto dall’ignoranza. Precious però, solo apparentemente ottusa, tiene duro. Accetta l’offerta di iscriversi a una scuola con un programma speciale dove finalmente comincia ad apprendere come leggere e scrivere e, soprattutto, decide di tenere il bambino. La strada verso l’autodeterminazione non è però facile.

Una vera sorpresa positiva questa opera seconda di Lee Daniels. Ispirato a un romanzo di Sapphire il film non ha nulla di letterario e non a caso, prima di essere presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, ha vinto al Sundance, il Premio del Pubblico e il Gran Premio della Giuria. Entrambi meritati perchè questa storia di ordinaria violenza domestica e sociale è narrata con uno stile decisamente originale e si avvale di una protagonista che riesce a trasformare il proprio problema fisico in una risorsa di indubbio impatto.

Precious è una ragazza di diciassette anni prigioniera di un corpo fuori misura che però non si sogna magra. Il suo universo ideale ha altri territori in cui cercare percorsi diversi da quelli ormai a lei ben noti della brutalità di una vita in cui domina l’ignoranza. Perchè Daniels riesce a farci quasi respirare un clima saturo di un odio e di una perfidia dettati dalla totale mancanza di un benchè minimo orizzonte culturale. Lo fa però con la leggera profondità di chi sa che si può trovare uno stile piacevole per proporre riflessioni su temi gravi. Riuscendoci. (fonte: mymovies)

domenica 21 novembre 2010

FILM DA VEDERE: THE SOCIAL NETWORK

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  • un film di David Fincher
  • con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake, Armie Hammer, Max Minghella
  • Genere: Biografico
  • Durata: 120 min
  • Paese: USA 2010

Mark Zuckerberg, il ragazzo che sarebbe diventato il più giovane miliardario della storia creando il social network più usato al mondo, nel 2004 era uno studente di Harvard brillante ma con poche doti sociali. Lasciato dalla ragazza, schifato dai club più elitari e con un complesso d’inferiorità malcelato nei riguardi degli atleti, crea in una notte un software che preleva tutte le foto delle studentesse messe online dalle università e le mette a disposizione di tutti in rete, lo scopo è votare le più belle. L’applicazione fa il giro dei computer di tutta l’area e Zuckerberg viene multato per aver violato i sistemi di sicurezza. A quel punto però il suo nome è sulla bocca di tutti per l’impresa compiuta e due atleti appartenenti al club più importante del college lo contattano per chiedergli di realizzare la loro idea. Non solo Zuckerberg non lo farà ma prenderà i loro spunti per migliorarli e allargarli dando vita all’odierno Facebook.
Da quel momento la battaglia legale per vedere riconosciuta la paternità di quella che dopo soli pochi mesi era già evidentemente una macchina da soldi non ha tregua.
David Fincher è da sempre innamorato dei percorsi narrativi che consentono la ricostruzione di qualcosa (siano una serie di omicidi, sia la struttura di un libro, sia un fatto di cronaca) e per la storia della nascita di Facebook idea un racconto intrecciato tra dibattimenti, patteggiamenti e fatti reali mostrati in flashback, tutto centrato sull’inespressività di Jesse Eisenberg. L’attore newyorchese riesce infatti nell’impresa di comunicare la non comunicatività del suo Zuckerberg, in una lotta legale che è anche sopraffazione di una classe su un’altra. Una perversa e malvagia rivincita del nerd nei confronti di quelli che percepisce come nemici (l’ex migliore amico più integrato di lui, i canottieri che tanto piacciono alla ragazza che lo ha mollato).
L’idea più chiara di David Fincher è che Mark Zuckerberg, l’uomo che ha dato alla parola “amico” un altro significato, più allargato e lieve, alla fine della sua ascesa economica e sociale è solo. Chi ha ideato il network della socialità per eccellenza è una persona socialmente inabile, anche per i bassi standard dei nerd accademici, e una delle spinte più forti nella sua corsa non è stato tanto il desiderio di arrivare, quanto la frustrazione sociale.
È la nuova imprenditoria, fondata sul modo in cui la tecnologia entra o può entrare nella vita delle persone per mutarne le abitudini e su una volontà di successo a modo proprio, con i party in ufficio, le selezioni del personale fatte in base a chi meglio resiste all’alcol e i biglietti da visita con gli insulti.
The Social Network è il primo film a riportare senza clamore o sottolineature arroganti un dato di fatto della modernità, ovvero che la vita in rete (ciò che si fa, si legge e che accade online) per una certa fetta dell’umanità ha la medesima importanza della vita reale. Senza voler criticare quel mondo, Fincher guarda con moltissima empatia il suo protagonista, non gli risparmia stoccate ma sembra concedergli il massimo della benevolenza e della comprensione, anche nei momenti più duri. (fonte: MyMovies)

 

sabato 6 novembre 2010

FILM DA VEDERE: UOMINI DI DIO

Uomini di Dio

  • un film di Xavier Beauvoi
  • con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin.
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 120 min
  • Paese: Francia 2010

1996. Algeria. Una comunità di monaci benedettini opera in un piccolo monastero in favore della popolazione locale aderendo all’antica regola dell’”Ora et Labora”. Il rispetto reciproco tra loro, che prestano anche assistenza medica, e la popolazione locale di fede musulmana è palpabile. Fino a quando la minaccia del terrorismo fondamentalista comincia a farsi pressante. Christian, l’abate eletto dalla comunità, decide di rifiutare la presenza dell’esercito a difesa del monastero non senza trovare qualche voce discorde tra i confratelli. Una notte un gruppo armato fa irruzione nel convento chiedendo che si vada ad assistere due terroristi feriti. Dinanzi al diniego vengono chieste medicine che vengono rifiutate perché scarse e necessarie per l’assistenza ai più deboli. Il gruppo abbandona il convento ma da quel momento il rischio per i monaci si fa evidente.
Xavier Beauvois porta sullo schermo il sacrificio di sette monaci francesi che nel marzo 1996 vennero sequestrati da un gruppo armato della Jihad islamica e le cui teste vennero ritrovate il 30 maggio di quello stesso anno. Documenti ritrovati di recente coinvolgono le forze armate algerine nel tragico esito finale del sequestro.
Non era facile trovare la cifra stilistica giusta per raccontare la vita e il progressivo avvicinarsi alla morte di questi religiosi facendoli restare degli uomini e non trasformandoli agiograficamente in martiri quali poi sarebbero divenuti. Beauvois, pur con una certa piattezza per quanto attiene al linguaggio cinematografico, ci è riuscito sul piano della sceneggiatura che ritma lo scorrere del tempo grazie al succedersi delle celebrazioni e delle preghiere e canti comunitari. A questi si alternano le vicende esterne e interne al luogo sacro con la messa in luce di tutte le convinzioni ma anche di tutte le incertezze e debolezze dei monaci. Il film riesce a far emergere al contempo le singole individualità così come la tenuta complessiva di un gruppo animato da una fede che non si trasforma in esclusione ma che vuole, fino all’ultimo, tradursi in atti di condivisione sia all’interno che all’esterno. In un mondo distratto dal succedersi di eccidi e manipolato da una propaganda che vuole assimilare Islam e terrorismo fondamentalista, ricordare questo sacrificio non significa riaccendere la polemica ma piuttosto il contrario. Uomini e dei possono incontrarsi, conoscersi e rispettarsi a vicenda. Nonostante tutto (da mymovies.it)

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venerdì 5 novembre 2010

FESTIVAL DI ROMA: TONI SERVILLO MIGLIOR ATTORE. TUTTI I PREMI

Al Festival di Roma, Toni Servillo vince meritatamente il Marc’Aurelio come miglior attore per l'interpretazione ne "Una vita tranquilla" di Cupellini. Miglior film "Kill me please" bellissima commedia nera belga di Olias Barco, Gran premio della giuria e premio del pubblico alla danese Susanne Bier di"In un mondo migliore". Premio speciale della giuria a Poll di Chris Kraus. Il Marc’Aurelio per la miglior attrice va a sorpresa all’intero cast femminile di "Las buenas hierbas" della messicana Maria Novaro. Il Premio,voluto dal presidente Napolitano, per i valori umani e sociali va all’iraniano Hossein Keshavarz di "Dog Sweat".

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venerdì 29 ottobre 2010

SI E' SPENTA CECILIA SACCHI, MAMMA DI GIOVANNA MEZZOGIORNO

Si è spenta questa mattina a Milano all'età di 72 anni, Cecilia Sacchi, madre di Giovanna Mezzogiorno. Era malata da tempo, ma la sua morte, avvenuta nel sonno, è stata improvvisa e imprevista e ha colto di sorpresa i familiari stretti (oltre alla figlia Giovanna, la sorella Valeria, i nipoti Dino e Filippo Gentili) e gli amici. Nel 1969 l'incontro della sua vita, sul palcoscenico del Teatro Greco di Segesta con l'attore Vittorio Mezzogiorno. Fu l'inizio di un sodalizio umano e professionale indissolubile, sfociato nel matrimonio. Nel 1974 alla nascita della figlia Giovanna, Cecilia Sacchi scelse di abbandonare le scene per dedicarsi alla famiglia. Suo marito era scomparso prematuramente nel 1994 a 52 anni. (da ilsole24ore.com)

mercoledì 20 ottobre 2010

"PALERMO SHOOTING" FINISCE IN TRIBUNALE

Il film "Palermo Shooting" avrà una coda in tribunale. E' guerra infatti tra il regista Wim Wenders e il Comune di Palermo, dove furono girate alcune scene del film. Il regista tedesco chiede il pagamento del contributo di 300 mila euro che gli era stato promesso(in più occasioni) dal sindaco Diego Cammarata per la produzione del film. Il sindaco poi ci ripensò, dopo aver saputo che nel film avrebbe avuto una parte Leoluca Orlando, suo avversario alle elezioni del 2007. La scena fu comunque inserita solo nella versione del film proposta al Festival di Cannes, ma poi tagliata in quella distribuita nelle sale. Il film, girato fra Düsseldorf e la provincia di Palermo, era interpretato dalla rockstar tedesca Campino, da Giovanna Mezzogiorno e Dennis Hopper. (fonte: repubblica.it)

venerdì 8 ottobre 2010

FILM DA VEDERE: UNA SCONFINATA GIOVINEZZA DI PUPI AVATI

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Una sconfinata giovinezza

  • un film di Pupi Avati
  • con Fabrizio Bentivoglio, Francesca Neri, Serena Grandi, Gianni Cavina, Lino Capolicchio.
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 98 min.
  • Paese: Italia 2010

Lino Settembre e Chicca sono sposati da tanti anni. Un matrimonio felice e affiatato, nonostante le differenze: lui giornalista sportivo per il Messaggero, lei docente universitaria di filologia romanza, proveniente da una famiglia di primari e pianisti, dove tutti figliano come conigli. Lino e Chicca non hanno figli, non sono arrivati, ma quando Lino comincia ad accusare i primi segni di una demenza senile precoce e degenerativa, Chicca si trova a fargli da mamma, ad occuparsene come fosse un bambino.
Dopo Gli amici del bar Margherita, riuscita tessitura di una serie di ricordi dell’adolescenza del regista, Una sconfinata giovinezza appare subito tenuta insieme da un’idea narrativa molto più salda e forte, una storia nel senso più pieno del termine, come poche se ne trovano nel cinema italiano. Pupi Avati non è certo il primo ad aver toccato il tema umanissimo della trasformazione dell’amore coniugale in amore filiale, la letteratura lo esplora da sempre e il cinema lo ha fatto a suo modo recentemente col Benjamin Button di Fincher, ma Avati lo fa ora nel cinema italiano, col suo linguaggio particolare, quasi un idioletto, distinto dalla lingua madre delle produzioni romanocentriche.
Peccato che le scelte di regia non sostengano la dolorosa poesia della trama: peccato per le musiche enfatiche, da drammone, e per il seppia delle sequenze di Lino bambino, che costituiscono in assoluto la parte più magica del film. Può darsi che nella memoria del regista, quei ricordi – perché son tutti veri: dal cane Perché all’incidente d’auto mortale, dalla straordinaria vicenda del brillante ai non meno straordinari fratelli Nerio e Leo – siano registrati con quei colori, ma è più facile che l’artificio filmico canonizzato si sia imposto prima sulla mente che dirige e poi sulla mano che traduce. E peccato, infine, per quei piccoli tentativi di giocare con gli obiettivi per rendere lo spaesamento dettato dalla malattia, insicuri e fuori tono.
Eppure, nonostante tutto questo, che poco non è, il film ha una potenza emotiva irresistibile e tocca corde profonde, che hanno a che fare con la sorte dell’uomo e il bizzarro e struggente mistero dell’infanzia che non finisce mai e, anzi, torna prepotentemente al tramonto (o in autunno, come il cognome del personaggio pare suggerire), non si sa se più per beffa o per consolazione.
Bentivoglio è quello che un protagonista dovrebbe essere: l’unico interprete possibile per quel ruolo, ma gradito è anche il ritorno di Capolicchio e di Cavina, con i loro ruoli ambigui e le loro ombre, che illuminano, per contrasto, l’innocenza del personaggio principale, la sua perdita di ogni retropensiero e l’adesione terminale e totale a una bugia da bambini.
Per Avati ancora e sempre la vita è come un film: giunta alla fine si riguarda dall’inizio. (scheda MyMovies)